Diario della prima edizione
(pubblicato su Il Crotonese n.97 di sabato 21 agosto 2010)
Quello che segue è il diario stilato dagli organizzatori di Officina Artelier, play art festival, I edizione, tenuto a Petilia Policastro dall’8 al 13 agosto 2010.
Qualche premessa
Se un’introduzione è lecita, allora bisogna dire che galeotto fu il pub in piazza, così affollato di avventori nell’estate dell’anno scorso.
Lì una sera parlavamo, chissà perché, di arte contemporanea e di Petilia, e già solo questo binomio ci suonava comico e incredibile. Ma possibile - era la domanda - che da queste parti l’unica forma d’arte riscontrata siano le copie del Mattia Preti conservate al Santuario della Santa Spina? Da qui la provocazione che in realtà, così come l’economia, anche l’arte in Calabria fosse presente e ben viva ma sommersa.
Erano discorsi da bar, capirete. Eppure dopo un po’ si avvicinò un ragazzo, che aprì la gallery del suo cellulare e ci mostrò la foto di un suo quadro: era un superbo contesto metropolitano affollato di miti della musica blues, rock e jazz, e dall’autoritratto dello stesso autore, con tanto di occhiaie di stanchezza e pennello ancora in mano. “E tu da quando diavolo dipingi?” chiedemmo. “Io, da sempre”. Fu una folgorazione, e fu così che ipotecammo la nostra estate.
Officina Artelier, la prima edizione.
Il tam tam è proseguito incessante su internet e facebook, a partire da gennaio. Cercavamo artisti di qualsiasi tipo, disposti a pagarsi di tasca propria la partecipazione a un festival itinerante di arti estemporanee senza premi in palio, in un paese dell’entroterra calabrese che non offriva nessun blasone. Pensavamo di ricevere pernacchie, invece arrivarono da tutta Italia quadri, sculture, performer e soprattutto fotografie: scatti mozzafiato, immagini dal deserto, paesaggi urbani, anziani pieni di vita, riflessi d’acqua, giochi di luce e tanto altro ancora. Arrivarono poi uno scultore, un inventore di strumenti musicali, un’artista digitale, un performer di loop station e un human beat boxer.
Earrivò Salvatore De Siena, leader del Parto delle Nuvole Pesanti, in compagnia della violinista magiara Zita, che nell’unico giorno di buco del tour decisero di regalare ad Artelier una performance gratuita. Allora ci mettemmo in moto anche noi, per provare ad essere all’altezza. Sono bastati una decina di volontari, il contributo economico dei negozi del luogo, l’appoggio di un’associazione culturale, poi un consigliere comunale, un bibliotecario e un prete illuminati. Così è nata Officina Artelier.
8 agosto, la mostra in piazza.
Centinaia di foto. Non finivano più. Abbiamo passato due notti insonni per pensare gli allestimenti e consumato tonnellate di patafix: quella specie di plastilina gialliccia che attacca tutto e non lascia traccia. Abbiamo macinato chilometri in macchina e fatto razzia di beni e disponibilità. Si sono perse le amicizie, in quei giorni.
Come la volta che abbiamo sbaragliato la fila di avventori del bar Italia per ordinare “sei caffè da portar via, tre latte di mandorla e TUTTI I CORNETTI CHE HAI!” Lasciando a bocca asciutta il resto dei clienti. Ma che volete, l’arte mette fame, e noi per tre giorni e tre notti non siamo usciti dalla sede dell’associazione Progetto Giovani, diventata per generosa concessione il nostro quartier generale. L’ultima sera, a notte fonda, un anonimo magazzino senza finestre ci ha visti finalmente attaccare le foto sui pannelli.
Senza chiedere, qualcuno ci ha portato cibo, qualcun altro una birra, e un miracoloso filo elettrico è partito dal pub collegato a una lampadina, permettendoci di continuare a lavorare anche col buio. Il giorno dopo, che spettacolo: piazza Filottete è stata invasa da centinaia di scatti dal mondo. La gente ha guardato, commentato, ha criticato e per fortuna ha apprezzato. Noi, per intrattenerli, abbiamo improvvisato su due piedi una maratona letteraria, con un microfono aperto per raccontare le passioni artistiche, musicali e culturali di chiunque avesse voglia di condividerle. L’impresa più complessa? Trasformare, con la compiacenza dei proprietari, la facciata di un antico palazzo nel desktop di un computer, che ha trasmesso ininterrottamente animazioni e videoproduzioni. Solo la freccia del mouse era grande quanto una finestra. Un’emozione unica.
9 agosto, a putiga di quatri.
“Giovinò, ma chi aparìti, na putìga?” Alla signora che ci guardava sorridente abbiamo risposto che no, non si trattava di una nuova bottega. “Dentro ci sono quadri e sculture, qualche foto, e un po’ di musica. È gratis, Entrate…”. Lei ci ha guardato sbigottita. Ha balbettato: “eh, sì, forse passu doppu”, però si è fermata un paio di volte a sbirciare i quadri di nascosto. E noi, mezza giornata ad allestire: con i faretti dai cavi troppo corti, i chiodi che non entrano nel muro, le prolunghe, e una scultura fatta di blocchi di terracotta la cui esposizione prevedeva il trapano e una serie di fisher piantati nella parete. Ma trapanare il muro della sede di un’associazione per un’esposizione che dura solo due giorni, beh, pareva davvero troppo.
Così ancora una volta ci siamo industriati. Con un asse di legno raccattato in segheria, dei chiodini e un po’ di fantasia. Poco pubblico durante il giorno, ma un conto è guardare passivamente le foto esposte in piazza, un altro è entrare volontariamente in un locale che offre quadri, sculture di arte contemporanea e una performance di arti grafiche. Perciò, a mali estremi, estremi rimedi. Con due casse posizionate sul balcone a sparare jazz abbiamo raccattato gente come fa l’arrotino, ed ecco trenta, quaranta, cinquanta, cento persone. Persone insospettabili: dal tredicenne in vena di divertimento fino al vecchio agricoltore in pensione. Tutti in religioso silenzio, a osservare le opere. Se non è un miracolo.
10 agosto, human beat box
Saliamo a Villaggio Principe nel primo pomeriggio, e lo troviamo invaso di pittori. È un’esperienza mistica, credete, vedere il bosco invaso di cavalletti, tele e artisti. Noi partecipiamo con alcune foto e, a sera, con la performance di Danilo “Dhap” Puzello, cui abbiamo preparato un catering del tutto fuori dai canoni: una grigliata di carne e vino fatto in casa, a lume di candela in una baracca priva di luce elettrica. Ma sia ben chiaro: that’s Principe style, e molti di noi non lo cambierebbero con niente al mondo.
L’impresa sarà piuttosto quella di farlo esibire di fronte a una platea fatta di giovani, ma anche di adulti e anziani. Già è faticoso spiegare cosa sia la human beat box. Vedete, è l’arte di imitare suoni con la bocca. No, non sono rumori tipo “la Corrida”, niente scorregge e imitazioni di animali. Sono suoni di strumenti: il basso, la batteria... No, signò, sto giovanotto non canta, suona, ma con la bocca. Va beh, basta parole, meglio la pratica. E dopo due ore, col pubblico in delirio a battere le mani e ballare, siamo tornati a casa con gli occhi gonfi di emozione.
11 agosto, proiezione di video musicali
Salvatore De Siena è un vecchio amico dell’arte spontanea, per questo ci ha fatto un regalo: venire a trovarci, portando in dono un docuvideoclip appena prodotto che nessuno - nemmeno lui stesso - ha ancora avuto occasione di vedere. Un’anteprima totale e assoluta! Anche Salvatore e Zita partecipano gratis, anzi, a proprie spese, come tutti gli artisti di Officina Artelier. In cambio hanno bisogno solo di un’accortezza. Alla fine della loro performance serve un passaggio fino a Gasperina, quasi cento chilometri da Petilia, a ridosso di Soverato, poche ore dopo il Parto delle Nuvole Pesanti sarà in concerto. Una bazzecola per noi.
Salvo poi partire in ritardassimo, e rimanere imbottigliati nel traffico immobile della movida catanzarese. Con le telefonate preoccupate che si susseguono e noi, digiuni, che imprechiamo, sbraniamo tarallini e ci inventiamo scorciatoie. Quando arriviamo in piazza mancano due minuti dall’inizio del concerto. Salvatore e Zita hanno solo il tempo di bere un bicchiere d’acqua e salire sul palco, ad ammaliare un nuovo pubblico. E noi, come Dio vuole, torniamo a casa: pure stavolta l’abbiamo sfangata.
12 agosto, la musica nel chiostro
Il primo brivido sulla schiena ci è venuto quando il prete che ci ha permesso l’utilizzo di questo straordinario monastero si è soffermato quei due secondi più del necessario sulle foto del gay pride e su quelle delle tumulazioni musulmane di Srebrenica, Bosnia. Ma per fortuna l’arte è rivoluzione, che supera gli steccati e si nutre di gente illuminata. Così nessuna ‘empasse diplomatica’, e qualche ora dopo Renato Caruso, fresco di diploma in chitarra classica ci ha mostrato le mirabolanti possibilità di un aggeggio elettrico detto loop station, che permette di suonare e registrare in tempo reale fino a trasformare una semplice chitarra in un complesso.
Attorno, riecco le foto della nostra mostra. Un po’ stropicciate, a dire il vero. Perché alcune, nonostante tutte le precauzioni, sono volate per strada durante il trasporto da Petilia. Perciò ecco un’annotazione per l’anno prossimo: le mostre allestite in un posto, possibilmente dovranno restarci fino alla fine del festival. E comunque: MAI PIU’ caricare i pannelli sul tetto dell’automobile di Giuseppe. Le foto, vedete, si comportano come tutte le altre opere d’arte: appena possono, volano via!
13 agosto, Niguri a Principe
Principe oggi ospita una giornata speciale: Africalabria, un momento di condivisione e dibattito sulla convivenza fra i popoli, organizzata dall’Associazione Villaggio Principe. Qui Officina Artelier ha deciso di chiudere i battenti della sua prima edizione, con la proiezione del documentario Nìguri, di Antonio Martino. E qui, stremati da sei giorni no-stop, pieni di problemi improvvisi, fatiche fisiche e stress psichici, i nostri nervi hanno deciso di crollare definitivamente. Succede alla fine del documentario: quando salgono su i suoi titoli di coda, improvvisamente sale anche il battito cardiaco, la bocca si asciuga e, protetta dal buio, scende qualche lacrima. Davanti a noi ondeggia il pannello dove spicca il logo del festival, una piccola creatura nata spontanea, al bar, da un gruppo di volontari senza capo, ma con una lunga coda.
L’emozione si alimenta su di un applauso che sembra interminabile e scrosciante. È una sensazione che sa di certezza: l’anno prossimo si replica e, come dice quel rocker, certamente sarà migliore. Per il momento grazie di cuore a tutti. Ah, domani finalmente andiamo al mare.
Gli ideatori e i volontari di
Officina Artelier, play art festival
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